Se a Vancouver avessero saputo

Qualche mese addietro il rettore di una delle più prestigiose Università italiane, quella pisana, inviava un messaggio a tutti i dipendenti in cui, tra le altre cose, manifestava pieno compiacimento per la politica di bilancio dell’Ateneo e per i risultati sul piano economico-finanziario ottenuti grazie “alla collaborazione delle strutture, dei colleghi che hanno sopportato notevoli sacrifici e al grande impegno del personale tecnico-amministrativo”.

Insomma un successo stupefacente in tempi di ristrettezze economiche e difficoltà finanziarie; tanto stupefacente da suscitare l’ammirazione e l’apprezzamento di numerosi Rettori di altre Università come ha potuto verificare personalmente il nostro rettore in occasione del G8 delle Università tenutosi a Vancouver.

Ma se avessero saputo – a Vancouver intendiamo – che una sede istituzionale così rinomata come l’Ateneo di Pisa non rispetta gli accordi di conciliazione liberamente sottoscritti con i propri dipendenti di fronte ad organismi deputati alla tutela del lavoro - non procedendo alle assunzioni di 89 lavoratori tecnico-amministrativi che, dopo aver superato uno o più concorsi pubblici e aver partecipato alle procedure di stabilizzazione, ancora attendono di essere assunti a tempo indeterminato - probabilmente il gradimento sarebbe un po’ diminuito.

Eppure sono quegli stessi lavoratori che pur contribuiscono quotidianamente con la loro attività e il loro impegno a creare una parte di quel prestigio e di quell’eccellenza tanto apprezzata.

E se i nostri amici di Vancouver avessero appreso anche che ormai da lungo tempo il nostro Ateneo non procede ad alcun serio ed organico piano di reclutamento di nuovi ricercatori, impedendo in tal modo il naturale ricambio generazionale - linfa vitale per l’accrescimento dell’invocato “potenziale scientifico e professionale del Paese”-, probabilmente sarebbero rimasti un po’ perplessi.

Ma la perplessità si sarebbe subito trasformata in sorpresa nello scoprire che l’Ateneo ha risorse sufficienti sia per il reclutamento di nuovi ricercatori sia per l’assunzione del personale amministrativo e tecnico, non comprendendosi dunque le ragioni di tali scelte.

E se poi, per un qualche accidente, si fosse scoperto anche che il protocollo d’intesa siglato con la Regione Toscana, con il quale sono stati destinati all’ateneo pisano 8 milioni di euro per la valorizzazione e lo sviluppo dei brevetti e per la costruzione di un dipartimento integrato a supporto della ricerca che avrebbe consentito di rimanere, anche nel 2010, abbondantemente sotto il 90%, soldi invece finiti a ripianare i debiti dell’amministrazione verso i Dipartimenti, lo sconcerto sarebbe stato totale.

E se a ciò si fosse aggiunto che l’Ateneo continua a far ampio e indiscriminato uso di forme flessibili di lavoro (tempo determinato e co.co.co.) e continua a emanare bandi di concorso per nuove figure a tempo determinato (del resto, si sa, anche i precari prima o poi scadono), probabilmente i nostri osservatori esterni si sarebbero arresi concludendo rassegnati: “accanto all’eccellenza, l’indecenza”. Questo del resto è il DNA italico, da sempre.

Articolo originale pubblicato il 20 luglio sul blog del Coordinamento stabilizzandi T/A dell’Università di Pisa.